Come l’Umanità ha Creato Valori, Nemici e Senso
Perché società lontane nel tempo e nello spazio hanno elaborato miti sorprendentemente simili? Perché condividiamo un bisogno profondo di appartenere a un gruppo e, al tempo stesso, di contrapporci ad altri? La risposta risiede in un “codice” psicologico e sociale in quattro atti, un copione che l’umanità ha ripetuto infinite volte per costruire civiltà e dare un senso alla propria esistenza.
Immaginiamo i nostri avi sotto un cielo stellato, in un mondo indecifrato di predatori e cataclismi. La prima esigenza fu di dare un volto e un nome alle forze che li sovrastavano. Nacque così la “connessione“: il tuono non era un semplice fenomeno atmosferico, ma la voce di un dio; il sole non una stella, ma un carro infuocato guidato da una divinità. Pian piano questo racconto divenne qualcosa di più di una rappresentazione: era la spiegazione di un mondo che poteva essere così meno oscuro. I Babilonesi, nel Poema della Creazione (Enûma Eliš), raccontavano come l’ordine (il dio Marduk) trionfasse sul caos primordiale (la dea Tiamat). I Greci, con Esiodo nella Teogonia, ordinavano il mondo attraverso le genealogie divine. Spiegare l’universo era il primo, fondamentale passo per non esserne sopraffatti. Come scrisse il filosofo Carl Gustav Jung, «Il bisogno di miti e di spiegazioni trascendenti è un bisogno primario dell’essre umano».
Ma conoscere il mondo non basta. L’essere umano, consapevole della propria mortalità, ha bisogno di credere che la sua vita non sia un episodio insignificante. Ecco allora che le narrazioni diventano un antidoto all’angoscia.
Come specie umana, forse abbiamo capito da molto tempo di aver bisogno solo di una spiegazione del mondo, di una promessa di significato, un forte collante identitario e la definizione di un nemico
In Egitto, il valore centrale era la Maat: l’ordine, la verità, la giustizia. Vivere in accordo con la Maat significava allineare la propria esistenza all’armonia cosmica, garantendo la stabilità del regno e un posto privilegiato nell’aldilà. In India, il dharma (la legge morale e cosmica) assegnava a ogni individuo un ruolo preciso nel grande disegno dell’universo. Gli psicologi Sheldon Solomon e Jeff Greenberg, con la loro Teoria della Gestione del Terrore, hanno dimostrato sperimentalmente che quando ricordiamo la nostra mortalità, ci aggrappiamo con più forza ai nostri valori culturali. I sistemi di credenze sono letteralmente uno “scudo simbolico” contro il terrore del nulla.
Una volta placate le paure cosmiche ed esistenziali, il “codice” affronta una nuova sfida: tenere insieme la società. I valori non sono presentati come semplici regole umane, ma come derivati da un ordine metafisico. Per i Romani, la pietas (il rispetto per gli dèi, la patria e la famiglia) non era una virtù astratta, ma il fondamento stesso del loro patto con gli dèi. Il sociologo Émile Durkheim colse questo meccanismo: la società, venerando i suoi valori, venera in realtà se stessa. Il “collante” è potentissimo perché chi infrange la legge non commette solo un crimine, ma un sacrilegio, minacciando l’ordine stesso del mondo.
Il collante, però, funziona meglio quando c’è un “anti-noi”. L’ultimo, cruciale atto del codice è la creazione strategica del nemico. Per compiere azioni inimmaginabili all’interno del gruppo (guerra, schiavitù, sterminio), è necessario negare all’Altro la stessa umanità che riconosciamo a noi stessi.
I Greci chiamavano bàrbaroi tutti i non-Greci, imitando con questo termine il suono incomprensibile delle loro lingue. Nel racconto biblico della conquista di Canaan, gli abitanti della Terra Promessa sono descritti come impuri e votati allo sterminio per volere divino. L’antropologo René Girard ha mostrato come la violenza unanime contro un “capro espiatorio” serva a scaricare le tensioni interne e a rinsaldare il gruppo.
Un semplice Codice in quattro atti risponde a bisogni psicologici profondi, fornendo strumenti per la governance sociale, sia a livello individuale sia collettivo
La “frattura insanabile” tra Noi e Loro è la clausola di esclusione che permette l’asocialità quando serve alla sopravvivenza o all’espansione del gruppo.
Questo codice in quattro atti non è un relitto del passato. Lo ritroviamo intatto nelle ideologie moderne. In ognuna, troviamo ciò tutto che ci serve: una spiegazione del mondo, una promessa di significato, un forte collante identitario e la definizione di un nemico. Comprendere questo codice non significa sminuire i nostri valori, ma riconoscerne l’origine profonda. Ci permette di distinguere quando essi ci elevano, dando senso e bellezza alla nostra vita collettiva, e quando, invece, vengono usati per costruire muri e giustificare l’ingiustizia. Perché la più grande virtù, in un mondo globalizzato, potrebbe essere proprio quella di riconoscere l’umanità condivisa al di là di ogni codice.
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