Autistici Inventati: 11 giorni per spegnere 25 anni.
Cosa ci insegna sulle dipendenze, sulla fiducia, E su ciò che stiamo provando a costruire
Parte prima — Il fatto
1. Undici giorni
Il 26 agosto 2026 l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense ha inserito nella lista degli Specially Designated Global Terrorists un soggetto che l’elenco classifica, per tipo di attività, sotto la voce «elaborazione dati, hosting e attività connesse», con sede in Italia e data di costituzione 2001: Autistici/Inventati. Da venticinque anni A/I offriva posta elettronica, hosting, liste di discussione e blog a chi aveva ragione di non fidarsi delle piattaforme commerciali — attivisti, giornalisti, avvocati, persone comuni. Circa 16.000 caselle di posta, 10.000 blog, 5.500 liste, 1.500 siti.

La base giuridica è l’Executive Order 13224, come modificato dall’E.O. 13886. L’accusa, in sostanza, è di aver fornito «supporto materiale e tecnologico» ad attività terroristiche: secondo il Tesoro l’infrastruttura di A/I sarebbe stata messa a disposizione di gruppi che gli Stati Uniti considerano estremisti — alcune testate statunitensi hanno riferito che nella designazione comparirebbero formazioni antifasciste americane, ma il comunicato ufficiale non ne rende pubblici i nomi né le prove. Nello stesso elenco del 26 agosto compaiono Masar Badil e Palestine Action.
Vale la pena fissare due cose. La prima: non si tratta di una sentenza. È un atto amministrativo, adottato senza processo, senza che le prove siano state rese pubbliche, e senza che nessuna autorità italiana o europea abbia aperto un procedimento. La seconda: l’accusa non riguarda ciò che A/I ha fatto, ma ciò che alcuni suoi utenti avrebbero fatto usando i suoi strumenti.
Quello che è successo dopo è il vero contenuto della notizia.
Il 27 agosto PayPal sospende il conto. Il 28 agosto il dominio autistici.org risulta in stato serverHold, che di fatto lo rende irrisolvibile nel DNS — A/I stessa, nel proprio comunicato, precisa che la catena di decisioni che ha portato al blocco non è stata pubblicamente ricostruita e che il registro competente non ha rilasciato dichiarazioni. Il 1° settembre Banca Etica annuncia di essere «costretta a elevare il profilo di rischio e a sospendere temporaneamente l’operatività del conto corrente». Il 6 settembre, undici giorni dopo la designazione, il collettivo annuncia la chiusura di tutti i servizi.
Non un data center spento. Non un sequestro. Non un magistrato. Solo alcuni rapporti interrotti lungo una catena.
Nel comunicato con cui annunciano la fine, gli A/I scrivono che «la possibilità che il nostro lavoro provochi conseguenze legali e finanziarie a chi ci sta vicino non ci lascia scelta». Non è una resa nel merito: è il calcolo di chi si accorge che continuare significa scaricare il rischio su altri.
Una cosa pratica, prima di proseguire. Contestualmente alla designazione, OFAC ha emesso la General License 36, che autorizza le operazioni di chiusura ordinata dei rapporti con A/I fino al 25 settembre 2026. Chi ha ancora dati su quelle infrastrutture — archivi di posta, blog, liste — ha tempo fino ad allora per recuperarli. Dopo quella data, ogni operazione torna nel perimetro del divieto.

2. Internet non è una nuvola: è una catena di dipendenze
Siamo abituati a pensare la rete come qualcosa di quasi immateriale, distribuito, capace di trovare sempre una strada. In parte è vero. Ma resilienza distribuita non significa assenza di punti di controllo.
Perché un servizio digitale sia utilizzabile deve attraversare una catena lunga: un nome registrato presso un registro, la sua risoluzione nel DNS, certificati emessi da un’autorità, transito di rete, data center, servizi cloud, una banca, un sistema di pagamento, l’indicizzazione dei motori di ricerca, la reputazione presso i filtri antispam. Ognuno di questi anelli è un rapporto con qualcuno. Ogni rapporto può essere interrotto.
Non serve controllare tutta la rete. Bastano alcuni punti di strozzatura.
Il caso del dominio è quasi didattico: i server di A/I potevano restare fisicamente accesi in Italia, ma il nome attraverso cui gli utenti li raggiungevano è diventato inutilizzabile, e per la quasi totalità delle persone questo equivale alla scomparsa. È una forma di potere diversa da quella che siamo abituati a riconoscere. Non distrugge l’oggetto: interrompe le relazioni che permettono all’oggetto di funzionare.
E vale ben oltre Internet. Vale per la finanza, per le catene di approvvigionamento, per l’energia, per il software, per le piattaforme. In un mondo interconnesso l’autonomia assoluta non esiste; quella che chiamiamo autonomia è la disponibilità di alternative sufficienti quando un rapporto viene meno.
Da qui una conseguenza che vale la pena scrivere per esteso, perché è il contrario di ciò che si dice di solito: la vera decentralizzazione non consiste nel distribuire i server. Consiste nel distribuire le dipendenze.

3. Che cosa fa paura a una banca
L’anello più istruttivo di tutta la vicenda non è il dominio: è il conto corrente.
Banca Etica non è un’azienda statunitense. Non è tenuta ad applicare un provvedimento americano a un’associazione italiana che nessun giudice italiano ha condannato. Nel suo comunicato del 1° settembre ha anzi condannato «con forza l’utilizzo dell’inserimento nelle liste OFAC per finalità politiche». E ha sospeso il conto lo stesso.

Il motivo, che la banca spiega apertamente, è la ragione per cui questa vicenda va letta con attenzione. Le sanzioni secondarie non funzionano per ordini: funzionano per esposizione. Un istituto europeo che mantenga rapporti con un soggetto designato rischia di vedersi tagliare fuori dagli intermediari finanziari statunitensi — carte di pagamento, transazioni fuori dall’area euro, l’ordinaria capacità di operare. Per Banca Etica significava mettere a rischio l’operatività di oltre 130.000 clienti per difenderne uno. E, aggiunge la banca, tutto questo «in assenza di qualsiasi pronuncia e indicazione da parte delle istituzioni italiane ed europee».
Nel gergo tecnico si chiama de-risking. Nella pratica significa che la sanzione si applica da sola, per iniziativa di chi non è sanzionato e magari non è nemmeno d’accordo. È un meccanismo elegante e spaventoso: chi decide non deve difendere la propria decisione, perché a eseguirla è qualcun altro, per paura.
È il punto in cui la vicenda smette di essere cronaca e diventa un problema strutturale. Ai primi di settembre alcuni europarlamentari del gruppo S&D, primo firmatario Brando Benifei, hanno depositato un’interrogazione scritta alla Commissione europea, osservando che il provvedimento colpisce un’infrastruttura per condotte attribuite ai suoi utenti, senza prove rese pubbliche, in contrasto con i principi dell’Unione in materia di responsabilità degli intermediari e di stato di diritto. Francesca Bria ha riassunto la questione in una frase difficile da migliorare: in Europa un fornitore risponde se è a conoscenza di contenuti illeciti e non interviene, non per l’identità dei suoi utenti; e un governo straniero non può decidere quali organizzazioni europee restano online.
Uno strumento, in teoria, esiste: il Regolamento (CE) 2271/96, il cosiddetto blocking statute, nato per proteggere gli operatori europei dagli effetti extraterritoriali di normative straniere. Non è mai stato esteso a un caso come questo. La domanda aperta, quindi, non è se l’Europa abbia gli strumenti. È se decida di usarli, e con quale tempestività: A/I ha avuto undici giorni.

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