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Il Caso Palmoli e la critica sociale

Un importante allarme da non sottovalutare

Il caso della famiglia di Palmoli – piccolo comune abruzzese in provincia di Chieti -, posta sotto i riflettori per la sua scelta di abbracciare un modello di vita minimale ed ecosostenibile, rappresenta un inquietante punto di rottura strutturale tra l’individuo ed il sistema sovraordinato attuale. Non si tratta di una analisi in punto di diritto, quanto piuttosto condotta nei molteplici piani su cui il Diritto dovrebbe risiedere. Ma andiamo con ordine.

In prima analisi, va rilevato come l’ordinanza che dispone – apprendiamo dalla Stampa – di sospendere la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, nominando un tutore provvisorio ed ordinando il collocamento dei [tre] minori in una casa famiglia a 30 km dalla residenza familiare, lungi dall’essere un atto di “tutela” oggettiva, si configura come l’espressione di un intervento arbitrario volto a imporre una “normalizzazione di sistema“. Vediamo perchè.

In forza di quale etica l’apparato statale definisce “benessere” o “corretta crescita” dei minori?

La scelta della famiglia di minimizzare i propri bisogni materiali e l’impronta ecologica, liberando il proprio tempo e la propria energia dalla corsa al consumo è massimamente difforme alla logica dei tempi, ma non per questo va condannata. Per contro, l’intervento dei servizi sociali, del tribunale – e più in generale di degli apparati statali coinvolti – che valuta la condizione di minimalità come patologica o a rischio, è basata su vaghe ipotesi di ottimalità che, di fatto, riflettono gli standard di vita della società consumistica ad alta complessità.

Il caso in questione verrà probabilmente risolto dalla Corte Costituzionale. Ma l’allarme resta.

Il nodo centrale della nostra critica risiede nella pretesa dell’apparato statale di definire cosa sia il “benessere” o la “corretta crescita” dei minori, sostituendosi alla libertà di educazione (Principio Costituzionale) con un modello imposto. La burocrazia non ha giudicato la famiglia sulla base di violenze, negligenze palesi o abbandono, ma sulla difformità strutturale del suo stile di vita. La scelta di una casa più semplice, di un regime alimentare diverso, o di una ridotta esposizione al consumo, viene innalzata al rango di fattore di rischio. Mentre condotte ispirate a principi etici che valorizzano il principio di attrito inutile – fondamento di una vita sostenibile – vengoo censurate, l’intervento degli apparati è, per sua natura, un atto di massima torsione, che genera un trauma sulla famiglia con l’effetto – operante non certo sul piano di volontà ma di realtà – di imporre il modello consumistico di riferimento.

L’episodio rappresenta un pericoloso messaaggio sociale sulla presunta devianza della minimalità strutturale.

L’azione del sistema rischia di fungere da operatore di normalizzazione sociale che invia alla collettività un messaggio chiaro: la vita a bassa complessità strutturale, orientata alla sostenibilità e al non-consumo, è deviante e va corretta, od in alternativa, se un individuo sceglie di vivere con meno e di disconnettersi dalle logiche di mercato, mina indirettamente il vincolo di persistenza del consumismo. L’obiettivo sistemico diviene non più tutelare i minori, ma tutelare il modello economico dominante.

Chi si ergerà a difesa della minimalità contro la dilagante logica additiva?

Dunque il caso in questione senz’altro rappresenta un primo (1) campanello d’allarme per il fatto in sé, realizzando una violazione dei diritti dell’individuo e della libertà di educazione. Ma rappresenta — essendo noi convinti che non vi fosse alcuna volontà ostile nei soggetti che hanno determinato la catena di avvenimenti che ha condotto alla distorsione della vicenda — anche una (2) spia sull’incapacità del sistema di auto-regolarsi, probabilmente a causa dell’accumulo di complessità che lo stesso, nel tempo, ha aggiunto. E questo, piaccia o non piaccia, rappresenta un ulteriore livello di allarme (3), che a sua volta rivela come la mera “logica additiva” — che appunto è intrinseca al sistema non solo economico e di consumo, ma anche culturale ed istituzionale — abbia paralizzato le difese del sistema stesso.

Si arriva dunque al “qui ed ora”: attenzione va posta sulla “risposta sociale”. Se – come pare avvenire in questi giorni – attraverso le organizzazioni strutturate, le singole associazioni ed i gruppi informali, si riesce ad agire — anche cercando una risonanza nei media — per creare una diffusa risposta sociale ad un singolo e concreto problema, allora tutte queste realtà avranno dimostrato una reale valenza sociale del ruolo che possono e devono svolgere nella Comunità.

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